Poi parla  … se necessario

«Guardatevi dunque da inutili mormorazioni, preservate la lingua dalla maldicenza, perché neppure una parola segreta sarà senza effetto; una bocca menzognera uccide l’anima» (Sap 1,11).

 

Perché fare il pettegolezzo? E’ una forma di potere! Sapere le cose e i fatti degli altri è una forma di difesa dalle nostre povertà e più ho pettegolezzi più mi ritengo giusto e forte. Ognuno di noi ha commesso errori di valutazione, di azione, di parole, di gesti ma la nostra bramosia di sapere i fatti degli altri è più forte del nostro guardarci dentro per migliorare e per essere veri e autentici. Meglio sparlare di altri che guardarci dentro.

Una dinamica questa che accomuna tanti se non tutti anche se in modi differenti, per alcuni è uno stile di vita. Parlare e sparlare degli altri allontana da noi le attenzioni sapendo di aver commesso errori. Ora perché rivelare, dire o sparlare di altri? Per distogliere l’attenzione da noi e così sentirci giusti e apparire migliori di quello che in realtà siamo.

La correzione è importante se è vissuta nella carità nella giustizia, sicuramente, ma senza mai mancare nella carità e con amore, altrimenti è solo e puro pettegolezzo e una chiacchiera vuota per riempire il nostro nulla che non risolve e non cambia nessuno, ma resterà una parola che non è né veritiera né sincera ma solo una parola sommessa e detta dietro le spalle senza essere mai affrontata nel modo corretto e giustificando così le nostre parole e anche le nostre scelte e azioni come conseguenza di queste chiacchiere.

Parole vuote e infondate per fare quello che vogliamo, per ottenere quello che riteniamo giusto per noi, puntando il dito e giudicando le scelte degli altri ritenendoci migliori e nella posizione di poterlo fare. Più si hanno responsabilità e ruoli di governo o di guida più si rischia di parlare a vuoto o fare scelte che riteniamo giuste e solo sulla base di una valutazione privata o conseguenza di un pettegolezzo mai verificato. Uno stile di vita molto diffuso, soprattutto negli ambienti di vita come il lavoro o comunità anche religiose, ma non solo.

Ogni giorno sentiamo parole che giudicano, che puntano il dito, che indicano i limiti degli altri ma difficilmente e onestamente ci facciamo un autocritica. Questo sicuramente non è lo stile cristiano ma non è neppure lo stile corretto della vita, sia nei posti di lavoro che nella chiesa o nella famiglia, dinamiche purtroppo invece che si ripetono sempre in questi ambienti.

Ora, come cristiani lo stile deve essere differente, non serve sempre conoscere gli affari egli altri ma a tutti è chiesto di vivere in armonia nella giustizia, nella correzione fraterna e con misericordia e carità senza giudicare sempre tutto e tutti e soprattutto quando sono solo la conseguenza di pettegolezzi. Una parola detta non torna più in dietro, rimane creando il sospetto negli altri e screditando così le persone.

Ne siamo tutti vittime e tutti capaci di tale bassezze nessuno escluso, quindi questa riflessione perché ognuno di noi impari a pensare prima di parlare e pensare a chi giova riportare un fatto, ammesso che ci sia, ma sicuramente il pettegolezzo o anche la verità se fosse a chi serve? A me per sembrare migliore o per dire “io lo dicevo”, oppure perché tengo al bene dell’altra persona?

Se così fosse allora dovrei avere il coraggio di affrontare la persona e parlare con l’interessato, altrimenti è solo un pettegolezzo che non serve a nessuno, sicuramente non all’interessato ma semmai a noi stessi credendosi migliori. Se le tue parole non servono a migliorare gli altri ma solo ad apparire migliore di altri, taci, fai silenzio, conserva nel tuo cuore e semmai prega per quella persona. Il pettegolezzo nasce dall’invida e dal voler screditare per ottenere un beneficio personale, questo non è cristiano non è normale in nessuna società di vita.

“Nella Grecia antica Socrate era apprezzato da tutti per la sua saggezza. Si racconta che un giorno incontrasse un conoscente che gli disse: “Socrate, sai che cosa ho appena sentito di un tuo studente? Aspetta un momento rispose Socrate, prima che tu me lo dica vorrei che tu sostenessi un piccolo esame che è chiamato esame dei tre filtri, tre filtri? Esatto, continuò Socrate. Prima che tu mi parli del mio studente, filtriamo per un momento ciò che stai per dire. Ti sei accertato al di là di ogni dubbio che ciò che stai per dirmi è vero? No disse l’uomo in effetti me lo hanno raccontato. Bene, disse Socrate, quindi tu non sai se sia vero o meno. Ciò che stai per dirmi sul mio studente è una cosa buona? No, il contrario, allora, Socrate continuò, tu vuoi dirmi qualcosa di male su di lui senza esser certo che sia vero? L’uomo si strinse nelle spalle un po’ imbarazzato. Socrate proseguì: Ciò che vuoi dirmi circa il mio studente mi sarà utile? Veramente… non credo. Bene, concluse, se ciò che vuoi dirmi non è Vero, non è Buono e neppure Utile, perché me lo vuoi dire?”. (cfr. Socrate)

Forse è il caso di fermarci tutti a riflettere sulle parole che diciamo e chiudo oggi con una preghiera: «Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna? Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino» (Sal 15,1-3).

@unavoce – foto: fonte

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