Si vede quello che appare e mai quello che è veramente, si dà credito ai pettegolezzi e non si vede il lavoro paziente e nascosto che viene fatto, si ingenerano gelosie per il lavoro che viene fatto o il ruolo che viene affidato a una persona coltivando magari inconsciamente invidia e creando così maldicenze … e potremmo continuare. Questo stile di vita purtroppo lo si riscontra in moti ambienti di lavoro e nessuno è esente, lo si riscontra nella nostra realtà ogni giorno e anche nella Chiesa  e nelle comunità piccole o grandi, la natura umana è fragile e il peccato originale sembra sempre avere la meglio sullo Spirito Santo ma grazie a Dio non è così, la verità viene sempre a galla, l’onesta delle scelte, il lavoro paziente delle azioni fatte alla fine emerge e dipana gli intrighi delle male, lingue che hanno voluto vedere tra le righe ciò che non c’era  e non c’è mai stato.

Il Papa, di recente, ricordando il sessantesimo anniversario di due Decreti conciliari che riguardano la formazione dei sacerdoti, Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, ha diffusa la Lettera Apostolica “Una fedeltà che genera futuro“, che vale la pena conoscere e leggere.

Per noi sacerdoti è una lettura indispensabile per rinnovarci nella nostra vocazione conoscendo il pensiero e le indicazioni del santo Padre sull’argomento ma credo possa essere uno spunto di riflessione anche per i diaconi e i laici, come viene anche ricordato nella lettera, che operano nella e per la Chiesa e senza tanta fatica leggere questo stile anche per i nostri ambiti di lavoro.

Umiltà, fraternità e collaborazione, penso che non sia solo la stile di impegno di vita per i membri ecclesiastici della Chiesa ma per ogni cristiano e per ogni persona di buona volontà che lavora insieme ad altri per scopi di sevizio come possono essere le Forze Armate.

Un po’ di umiltà senza sentirsi i padroni, i salvatori o i risolutori dei problemi, anche perché alla fine non lo si è mai, oppure quella della logica che quello che è stato fatto dal predecessore è tutto da buttare, non vale e non serve a costruire e così entra in gioco quella che viene definita fraternità, ma per chi pensa di non credere e il termine gli può sembrare troppo cristiano o religioso, può chiamarlo rispetto reciproco. Rispetto dei ruoli con un spirito di collaborazione, perché non dobbiamo mai dimenticare che lo scopo della missione è la stessa per tutti indipendentemente dal ruolo che si ha e senza dimenticare che: “Non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri. Questa dinamica è sempre di nuovo un’opera della grazia che abbraccia la nostra fragile umanità, guarendola dal narcisismo e dall’egocentrismo. Con fede, speranza e carità, siamo chiamati a intraprendere ogni giorno la sequela ponendo tutta la nostra fiducia nel Signore. Comunione, sinodalità e missione non si possono infatti realizzare se, nel cuore dei sacerdoti, la tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e del servizio. (cfr. o.c.)

Semplice riflessione che se riusciamo a fermarci e a pensarci qualche istante, iniziando a viverle, potrebbero rivelarsi rivoluzionarie, quelle rivoluzioni che non hanno bisogno di proclami, manifestazioni, cattiverie … ma solo l’impegno a rimboccarsi le maniche credendo in quello che si fa rinnovandosi nelle scelte fatte, senza sembrare biglie impazzite di super efficientismo o di necessità spasmodica di interconnessione con il mondo, ma sentendoci a servizio dei fratelli con umiltà, senso della misura, rispetto e soprattutto con una seria vita di preghiera personale, senza pontificare su ideologie di missione che rischiano di dare ragione solo del nostro non voler fare piuttosto che il voler essere, lasciando spazio allo Spirito Santo in modo che agisca attraverso di noi ma secondo la Sua volontà

@unavoce – foto: fonte

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