Un ricordo personale

 

Già vi scrissi un articoletto “Incontriche parlava delle persone che ci hanno educato nelle nostra vita, degli incontri e delle letture ed esperienze che abbiamo fatto nella nostra vita e ora, non più giovanissimo e con qualche decennio di ordinazione alle spalle, ripensando per verificare il cammino e per esaminare il servizio svolto e che sto svolgendo, mi è tornata alla mente una vicenda.

Cardinale Van Thuan, questo nome a molti non dice nulla o poco, la prima volta che ne sentii parlare ero in seminario, ancora allievo e un sacerdote missionario ce ne parlò, rimasi colpito, ero un giovane studente, della vicenda di questo vescovo vietnamita incarcerato per tredici anni di cui nove in isolamento e mi commosse e allora decisi che avrei fatto il missionario quando sarebbe stato il momento, cosa che poi non si è avverò quando lo dissi ai miei superiori, che invece decisero in un primo tempo di mandarmi a studiare e poi cappellano militare e comunque all’epoca lessi qualche cosa su di lui, mi affascinava la sua testimonianza, la sua vita.

Iniziai il mio percorso come vice parroco, impegno in curia, studente e poi cappellano, quando risentii parlare di lui fu dal mio vescovo, che come caollaboratore affiancavo. Viaggiando molto per motivi pastorali avevamo occasione di parlare e ricordo un giorno che mi parlò di Mons Van Thuan che quell’anno avrebbe tenuto il corso di esercizi spirituali per la curia romana in occasione della quaresima e mi raccontò un fatto di questo santo vescovo di quando e come in prigione riusciva a celebrava la S. Messa nonostante le restrizioni con l’aiuto nascosto di carcerati e carcerieri: una briciola di pane e un chicco d’uva e le parole tutte a memoria e mi consiglio di leggere il suo diario che era stato pubblicato: “Cinque pani e  due pesci”, dove raccontava la sua fede in prigionia.

Questo fatto mi colpì molto e anni dopo mi tornarono in mente quando nelle prime missioni all’estero pensando alle mille cose da fare, al poco tempo che avevo di pregare dovendo incastrare tutti gli impegni e i disagi logistici con la celebrazione della Santa Messa. Appena sacerdote sei fervoroso e come vice parroco in due parrocchie della periferia della mia diocesi, essendo il prete più giovane avevo la prima messa della mattina e dalle mie parti soprattutto in inverno le grandi nebbie e i tempi impervi, dall’abitazione presso l’oratorio alla chiesa si arrivava trafelati e poi da cappellano nelle situazioni che poc’anzi ho ricordato, mi tornavano alla mente quei racconti di fatica, sofferenza, abbandono, isolamento e la sua grande fede, la sua speranza, il suo coraggio mi erano di giovamento, tant’è che ebbi l’occasione, merito l’incarico di quegli anni, di conoscerlo personalmente non molto prima della sua morte e poco dopo che San Giovanni Paolo II lo elevo alla dignità cardinalizia. Un uomo piccolo ordinato gentile e umile che ci accolse con grande amabilità, non dissi nulla lo ascoltai ma nei suoi occhi vidi tutta la sua sofferenza ma anche tutta la sua dolcezza e una fede incrollabile, morì l’anno dopo era il 2002.

Giovane cappellano poi in giro per l’Italia e il mondo e in alcuni casi in situazioni non sempre ottimali il dover e il voler celebrare la S. Messa sempre e comunque nonostante tutto e tutti e nonostante i disagi dei posti e delle situazioni in cui mi trovavo, la sua esperiana il suo incontro mi davano forza. Ricordo un particolare tra le tante esperienza all’estro, ero in missione in una terra lontana in una base sperduta ai confini di una realtà già complicata e io con tutto il contingente vivendo in situazioni non facili, pur nel disagio e nella mancanza di una logistica sicura e di aiuto con mezzi di fortuna non ho mai mancato la celebrazione della S. Messa anche e soprattutto il più delle volte da solo, perché i miei soldati impegnati, e celebrando in una latitudine del mondo lontana, quell’Eucarestia era il mio vero sostegno quotidiano, non mi sono mai sentito solo, non ho mai avuto paura e la mia allegria e serenità, che era per i miei soldati che rischiavano ogni giorno, veniva da quel momento che con tanta devozione se pur con poca eleganza di mezzi riuscivo a conservare e così in altri posti meno rischiosi ma sempre non adatti non ho mai mancato di celebrare l’Eucarestia.

La vita del cappellano militare non è come quella di un parroco e se alcuni ci invidiano, pur senza conoscere, ogni giorno il nostro servizio che va costruito quotidianamente nonostante programmi e attività, ci vede soli ma una solitudine che non svuota ma che ci arricchisce per esserci, per stare con loro, per condividere fatiche e disagi e la nostra preghiera personale e la celebrazione Eucaristica con o senza popolo di Dio è la vera ricarica per vivere questa presenza, per svolgere questo servizio, per essere accanto.

Perché ho voluto raccontarvi questa esperienza? Perché credo che dobbiamo prendere coscienza dell’importanza dell’Eucarestia, della S. Messa. Non fatevela mai mancare organizzatevi e partecipate alla domenica ma anche ogni giorno, sarà la vera risorsa per la realizzazione della vostra vita e della vostra vocazione, qualunque essa sia.

@unavoce – foto: fonte

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