Scuola di amicizia

 

L’espressione «farmaco di immortalità, antidoto per non morire ma vivere in Gesù Cristo per sempre» che sant’Ignazio d’Antiochia nel commento alla lettera agli Efesini così definisce, non si tratta di una medicina fisica, ma di una guarigione spirituale che dona la vita eterna e vince il male, la solitudine e l’odio. Successivamente, altri Padri della Chiesa come Sant’Ireneo di Lione sottolinearono che questo sacramento dona ai nostri corpi mortali la certezza e la speranza della risurrezione.

Ora, nella solennità del Corpus Domini l’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia che ha esordito con questa espressione ha proseguito nella sua meditazione ai militari che hanno partecipato alla Celebrazione Eucaristica e alla Processione, ricordando che:

“Il Concilio Vaticano II, parlando dei militari, li definisce ministri di libertà, servitori della libertà. Oggi noi siamo davanti ad un’umanità che vive l’esigenza di un grande esodo, dai tanti faraoni del nostro tempo. E l’esodo è un cammino che non si può compiere da soli. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno del supporto di alcune persone che in modo speciale si dedichino ad accompagnare il cammino dell’esodo. Sono tante le figure educative, formative, nei tempi della formazione, così come per chi è in servizio già sperimenta di essere compagno di una umanità che desidera liberarsi delle schiavitù. Nel vedere tanti giovani qui presenti penso al vostro servizio, che è quello di servitori della libertà dei popoli, della libertà delle persone. E allora, davanti a questo servizio, ci si pone la domanda: vale la pena spendere la propria vita nel sacrificio, talvolta anche nella fatica, nel coltivare uno spirito di donazione verso gli altri, per un valore così grande? Sicuramente sì, perché si diventa costruttori, artefici del bene dell’umanità. Questo è il profilo del militare cristiano e questo è anche il servizio che il cappellano militare è chiamato a compiere accanto a voi: compagni, che guidano, sostengono, ascoltano, incoraggiano questo servizio di ministri della libertà. E i cappellani lo fanno con una loro peculiarità, che è quella di essere presbiteri, cioè di essere sacerdoti. Con il sacerdozio Gesù, mediante il ministero della Chiesa, ha costituito alcune persone perché possano porre quegli atti che egli stesso ha posto. E ve n’è uno essenziale, che è quello di presiedere la comunità, presiedere l’Eucaristia. La loro presenza vi dona quel cibo, quella manna necessaria per attraversare il deserto. La celebrazione dell’Eucaristia è quella scuola nella quale a vari livelli di responsabilità sociale ci si forma per essere tessitori di amicizia gli uni con gli altri, di essere tessitori di pace. Significa essere promotori di una cultura eucaristica nel mondo. Questo è il servizio dei cappellani. E perciò ci si sbaglia quando si afferma che la fede non abbia una sfera pubblica”. (cfr. Mons. G.F. Saba, O.M.)

Ci è stata offerta non solo una riflessione sull’importanza dell’Eucarestia nella nostra vita cristiana, ma il quadro d’insieme del militare cristiano a servizio dei fratelli e del cappellano che cammina accanto a loro quegli uomini chiamati da Dio a seguirlo con la donazione della propria vita, che sono gli strumenti per donare quel cibo spirituale medina dell’anima. Non distraiamoci dalle molte cose da fare dimenticando il momento più importante delle nostra vita cristiana, la partecipazione all’Eucarestia, in tutte le basi caserme, porti e aeroporti enti militari c’è una cappella e un cappellano che porta l’Eucarestia, non perdiamoci e a loro chiediamo che ci portino sempre questo pane che ci sostiene e ci dà forza nel servire una forza che è “fortezza” di vita, di presenza.

@unavoce – foto: fonte

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