Nessuno è dimenticato

 

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. (Lc 15, 4-7)

Il codice etico militare “nessuno è lasciato indietro” (leave no one behind) indica il dovere morale e operativo dei soldati di non abbandonare mai un compagno ferito, disperso o in pericolo, a costo della propria vita. Un plotone, l’unità base di circa 20-50 soldati, incarna questa solidarietà assoluta”. (cfr. bersaglierimonfalcone)

 

Nella vita militare si crea un legame singolare che non ho visto da nessun’altra parte. Anche se per la nostra fede, almeno così dovrebbe essere, nasce un legame fraterno molto forte, per il militare il suo plotone, gruppo, reparto, diventano una famiglia.

Non è né esagerazione né esaltazione ma un legame sincero. Ovviamente non dico che non ci siano limiti ed errori e che non si litighi e non sempre là si pensa tutti allo stesso modo, quindi possono nascere simpatie e antipatie ma rimane un legame che supera tutto, come in una famiglia, anzi permettetemi di dire, più di una famiglia.

Ho fatto diverse esperienze di reparti e missioni differenti in armi e corpi militari diversi con tratti e caratteristiche peculiari differenti ma ho sempre trovato un legame tra di loro che va al di là di una seplice condivisione di lavoro, servizio o attività.

Ricordo, assegnato al reggimento Lagunari, che durante l’addestramento, soprattutto a cui cercavo di partecipare per stare più vicino ed entrare nello spirito del reparto, dicevo ricordo, cosa disse un comandante: “non si lascia indietro nessuno”.

Non era solo una battuta o uno slogan, ho visto questo ogni giorno durante l’addestramento e in missione, nessuno era abbandonato a se stesso. Spirito di corpo, vicinanza, sostegno, condivisione non erano belle parole ma uno stile di vita.

Perché mi soffermo su questo e ve lo racconto? Perché non lo vedo nelle famiglie, né tra gli amici e purtroppo neanche nelle nostre comunità.

Allora ci si difendeva e se uno sbagliava era punito, richiamato ma mai abbandonato, forse potremmo imparare ad essere capaci di fare veramente un gioco di squadra, condividendo valori che ci distinguono in umanità, amore, compassione e attenzione. Una vita, quindi, basata sulla fiducia e nessuno è dimenticato o lasciato indietro.

Il vangelo ce lo ricorda in modo esplicito con la parabola che Gesù dove usa, per spiegare ai suoi discepoli di avere uno sguardo più ampio e dove tutti sono importanti, una pecore smarrita. Quella pecora è o potrebbe essere ognuno di noi, quel soldato ferito, quel povero abbandonato, quella persona dimenticata … e per Dio tutti sono importanti ai suoi occhi. Facciamo in modo di vivere questo per ogni uomo e donna che incontriamo sul nostro cammino.

@unavoce – foto: fonte

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