Pastorale di san Gregorio Magno

 

Un testo classico della patristica che se pur rivolto ai pastori e per estensione ai sacerdoti, credo possa essere illuminate per tutti quelli che desiderano incarichi di governo o vogliono guidare altri o per vocazione o per vanità risalire la scala sociale per emergere nella vita. Un limite questo molto diffuso sicuramente tra i chierici, anche quelli che dicono di non aspirare a ruoli e cariche di rilievo, ma non solo ecco perché credo che sia importante conoscerla e leggerla per fare ognuno di noi un serio esame di coscienza sul ruolo che abbiamo nella vita e nella e per la società e per chi più in disparte dai riflettori di organizzazioni varie trovare il vero sguardo per vivere la vita in modo serio pieno e autentico.

“La Regula pastoralis, scritta con intento programmatico da san Gregorio Magno all’inizio del suo pontificato (590-604), è l’opera più famosa del grande pontefice e, in assoluto, uno dei capolavori patristici più letti e meditati nella storia della Chiesa. La sua eccellenza non risiede nella bellezza o ricercatezza dello stile, quanto nella praticità e utilità dell’insegnamento: san Gregorio si propone con questo scritto di fornire i tratti ideali del pastore di anime (in primo luogo del vescovo, ma per estensione anche del sacerdote), prodigandosi in preziosi consigli sulla prassi che il “buon pastore” deve adottare trattando con le più diverse categorie di persone”. (cfr. gesùsacerdote)

Chi era Gregorio? “Nasce a Roma intorno al 540 da una famiglia patrizia degli Anici, gens di fede cristiana e nota anche per i servizi resi alla Sede Apostolica. I genitori Gordiano e Silvia (che la Chiesa venera santa il 3 novembre) gli trasmettono alti valori evangelici offrendogli anche un grande esempio. Dopo gli studi di diritto, Gregorio intraprende la carriera politica e ricopre la carica di prefetto della città di Roma. Questa esperienza gli fa maturare uno sguardo più consapevole sull’urbe e le sue problematiche e un profondo senso dell’ordine e della disciplina. Pochi anni dopo, attratto dalla vita monastica, decide di ritirarsi, dona i suoi averi ai poveri e fa della casa paterna al Celio un monastero che intitola a Sant’Andrea. Qui si dedica alla preghiera, al raccoglimento e allo studio della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa”. (cfr. vaticannews)

Conoscere la sua vita nel dettaglio ci fa comprendere anche il motivo di questo famoso testo.

Vai al Testo della Regola

Oggi offre una profonda riflessione sulla responsabilità, sul servizio e sul discernimento per chi guida le comunità cristiane in un’epoca di grandi cambiamenti. Oggi ci insegna che ogni autorità o servizio – sia nella Chiesa che nella società, in famiglia o sul lavoro – non deve essere un privilegio o un potere personale, ma un atto di umiltà, carità e vicinanza concreta ai bisogni degli ultimi. “Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto. Per questo il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: “Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita “ars artium”, l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone”. (cfr. Papa Benedetto XVI)

Indicazioni, come potete intuire, utili a tutti e comunque una buona lettura spirituale. In un modo dove tutti vogliono apparire un po’ di sana umiltà ci può aiutare a vivere la nostra vita in modo sereno e felice sapendo ringraziare Dio dei doni che ogni giorno ci ha fatto e continua a farci.

@unavoce – foto: fonte

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