ABBATTERE IL PETTEGOLEZZO

 

“Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; poiché dalle tue parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato“ (Matteo 12,36-37)

 

Uno dei limiti più grossi che vediamo nel mondo, in ogni gruppo o società e anche nella Chiesa e nelle nostre comunità è il pettegolezzo. La voglia di farsi gli affare degli altri e per altro senza poi avere notizie vere e confutabili, ma solo per il piacere di dire e parlare di questo o di quello. Ovviamente dietro questo stile c’è una psicologia che ci dice che puntare il dito evita di guardare a noi ma non dimentichiamo che mentre punti il dito verso un altro, altre dita sono riverse a te stesso.

Ora il pettegolezzo, fisico o mediatico, allontana dalla fede, rovina i rapporti famigliari e comunitari e innesca un clima di sospetto, di finzione che non porta da nessuna parte. Sarà allora importante che noi sacerdoti impariamo a mantenere il riservo delle notizie che oltre ad essere uno stile di vita raccolto è uno stile dignitoso che rispecchia il ministero che abbiamo ricevuto, e per tutti, comunque è un impegno a non riportare fatti e pettegolezzi, se c’è una verità provata e comprovata allora si può riferire a chi di competenza, con carità per il bene della persona e della comunità ma senza sottintendere altro, senza pensare male necessariamente di questo o di quello, magari solo perché non ci piace, perché ha un posto migliore del nostro ecc. Il pettegolezzo è una guerra che compiamo senza accorgerci ma che distrugge rapporti, famiglie, comunità e società.

Impariamo dal vangelo, “il nostro parlare sia si si o no no” ma nella verità e con carità e impariamo a “gareggiare nello stimarci” godendo dei successi degli altri, del bene che fanno e se qualche cosa riteniamo che non vada bene o non sia buona per la comunità si tratterà allora di parlare con la persona in privato, esponendo le proprie osservazioni, che non siano però un giudizio ma un’osservazione perché nessuno è perfetto e tutti abbiamo commesso errori.

Per proteggere la parrocchia, la comunità, il gruppo servirà pertanto un impegno collettivo basato su pochi ma fermi principi: Se non puoi dire qualcosa di buono o di utile su una persona, è meglio non dire nulla. Se c’è un problema con un fratello o con il parroco, il Vangelo suggerisce la correzione fraterna: parlarne a quattr’occhi, con carità e rispetto. Quando qualcuno inizia a spettegolare, si può cambiare discorso o dire dolcemente: “Questo non ci riguarda, preghiamo per lui/lei”.

Potrebbe essere questo l’inizio per riprendere il cammino di una vita sana, non solo ideale, sportiva, alimentare ma di spirto, di cuore, di anima che ci porterà ad una vita vissuta con maggiore serenità affinché la nostra presenza, le nostre parole aiutino a crescere insieme nel rispetto e nell’amore reciproco, un amore che va al di là del piacere o meno ma che ci porta a vedere nell’altro il Cristo nel quale crediamo.

Il nostro esempio sarà la prima evangelizzazione, sarà la prima forma di testimonianza per noi stessi, per le nostre famiglie, per le nostre comunità. Se ti viene di parlare male di un altro, prima pensa a te stesso, non ergerti su un pilastro ma confrontati con il vangelo. Quando pensi di fare “chiacchiericcio”, fermati e prega per quella persona, per te stesso, per la Chiesa. Ricorda la maldicenza e l’uso della parola scorretta è un peccato, ed è uno dei più dimenticati.

@unavoce –foto: fonte

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