Non è limite

 

Parlare di unità significa parlare di serietà e ci ricorda che fare come tutti è il linguaggio della pace, dove unità, che va di pari passo con uniformità, non significa rinunciare alla creatività ma uniformare per esprimere gli stessi intendimenti e insegnamenti del messaggio che si vuole trasmettere da una parte all’altra del mondo. Unità, pertanto è avere gli stessi intenti, gli stessi obiettivi anche attraverso gesti e parole che uniformati esprimono quell’unità che ci permette di guardare tutti verso il Signore e lavorare tutti per la stessa causa.

Pertanto ribadisco, unità non significa non poter esprimere la propria creatività o mettere in campo altre possibilità, ma neppure lasciare spazio alla troppa fantasia, rischiando di ridicolizzare, in questo caso la preghiera della Chiesa, la sacra liturgia, la S. Messa nello specifico, pensando di incarnare il vangelo con espressioni, gesti e azioni che sono a dir poco bislacche e che perdono di buon gusto oltre che di significato. Questo vale, come dicevamo, nei gesti, nei riti e nella scelta dei testi che sono già stabiliti secondo un progetto ben preciso e dove è lasciato uno spazio di manovra sempre però regolamentato come in ogni comunità che ha come programma percorrere la stessa strada.

Le parole del vangelo, la tradizione della Chiesa, le leggi di essa, comandamenti e dogmi non sono argomenti di discussione o di libera interpretazione (come abbiamo sentito recentemente parlare con grande tristezza del dogma dell’Assunzione di Maria da parte di sacerdoti o ex sacerdoti che vogliono essere “profeti” ma solo di sventure per loro e per gli altri), il messaggio evangelico circondato dalla disciplina della Chiesa e dai dogmi non è un fatto privato e nessuno si può travisare il pensiero della Chiesa.

Il vangelo lo dobbiamo incarnare nella vita ma non possiamo interpretarlo fuori dalla comunione della Chiesa e con gli insegnamenti della Chiesa. Un limite questo che se da una parte vediamo chi è troppo legato a un passato che non c’è più dall’altra vediamo chi guarda avanti con un futuro che non ha senso, perdendo e snaturando in entrambi i casi la genuinità della preghiera comune della Chiesa. La liturgia ha questo scopo: di unire culture, popoli e tradizioni e pur lasciando uno spazio di manovra per inculturarla, senza togliere l’osservanza alle leggi e regole di essa e noi preti dobbiamo essere fedeli ed educare le nostre comunità a questa unità.

Desideriamo tutti che le nostre società, citta e ambienti siano rispettosi e sereni e per ottenerli abbiamo bisogno di regole e sono sotto gli occhi di tutti i risultati di quando non si rispettano sia nella Chiesa che nella società civile, nascono la confusioni, gli scontri, l’individualismo e ci si manca di rispetto gli uni verso gli altri, pertanto le regole sono per orientare il nostro cammino e non perdere la ricchezza e la verità del messaggio di Cristo.

Non basta ovviamente professare di credere e poi però fare quello che si vuole, ma credere è rimanere uniti così come in una famiglia, in un gruppo di amici, sul posto di lavoro … le norme e le regole non limitano ma garantiscono il mistero che celebriamo.

Evitiamo di diventare pagliacci della preghiera pensando di avere più fedeli, di essere più comprensibili, più moderni o accessibili … perché il risultato finale sarà solo avere dei “mi piace” da chi non ha compreso cosa significa amare il Signore e viverlo nella Sua Chiesa, quella Chiesa da Lui voluta e affidata a Pietro. La fede parte dal rispetto di accettare anche quello che non desideriamo o non capiamo.

@unavoce – foto: fonte

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