Antidoto alla solitudine

 

La difficoltà di vivere insieme, che sembra sempre più evidente oggi più di ieri, soprattutto nella vita di coppia lo è anche nella vita religiosa. La fraternità ci aiuta a superare la solitudine non solo quella fisica ma anche spirituale e piscologica che oggi aleggia in molti indipendentemente da vocazione, formazione o cultura diversa.

La vita in comune tra sacerdoti, spesso definita fraternità sacerdotale, è una dimensione fondamentale per il sostegno spirituale, umano e pastorale dei presbiteri, specialmente in un contesto moderno che può portare a solitudine e sovraccarico di impegni. Essa non si limita alla semplice convivenza, ma si basa sul riconoscimento del legame fraterno e sulla condivisione del ministero. La fraternità e la vita comune aiutano a superare la solitudine, la sfiducia e la scontentezza che alcuni sacerdoti possono sperimentare. Offre ristoro, aiuto reciproco e rinnova l’amore per il ministero. La comunione tra sacerdoti si basa sull’ordinazione, attraverso la quale sono configurati a Cristo, unico Sacerdote e Capo della Chiesa. Tradizionalmente, la canonica è il luogo di residenza del parroco e dei sacerdoti collaboratori, pensata per la vita in comune. Sono in aumento le esperienze di vita fraterna tra sacerdoti diocesani che scelgono di condividere parte della giornata o la residenza.

Il Papa ha sottolineato che il celibato e il ministero sono sostenibili solo attraverso un binomio inscindibile: la preghiera e i buoni amici. L’amicizia sacerdotale non è solo un legame affettivo, ma un vero “legame di bene”. Vivere insieme non significa necessariamente andare sempre d’accordo; la fraternità si fonda sul riconoscimento di Dio come Padre, piuttosto che sulla semplice affinità personale. È vista come una risposta concreta alle difficoltà relazionali e alla “solitudine del prete”. In sintesi, la vita insieme tra sacerdoti è una “fraternità concreta” che permette di condividere fatiche e gioie, ricaricandosi per il servizio pastorale. 

Se questo è importante per noi sacerdoti lo è molto più evidentemente negli sposi e se dimentichiamo e ci isoliamo sostenendo che si sta meglio soli, se non diamo spazio alla preghiera e all’incontro con gli altri moriamo a noi stessi diventano sordi alla voce non solo dei fratelli del coniuge ma di Dio.

La fraternità rappresenta una potente risposta alla solitudine “cattiva” (isolamento doloroso), trasformandola in una solitudine “buona” (tempo di arricchimento personale) attraverso la condivisione e l’amore reciproco. Superare la solitudine richiede di passare dall’autocentratura all’apertura verso l’altro, trasformandosi in “buoni samaritani” che costruiscono relazioni autentiche. La solitudine si vince con un “surplus di amore” e il dono di sé, uscendo dalla chiusura in se stessi. La solitudine non va temuta, ma educata: è il luogo segreto dove riscoprire il proprio sé e le proprie energie, per poi unirsi agli altri senza paure.

Recuperiamo la vita fraterna e lo dico soprattutto per noi sacerdoti e per noi cappellani militari che per tipicità di servizio viviamo soli anche se insieme alla nostra gente, ma è un valore per ogni persona, per ogni vocazione. Incontrarsi, condividere il lavoro, la vita, i problemi, la preghiera ci aiuterà nella nostra vocazione nella vocazione di ognuno di noi.

@unavoce – foto: fonte

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