Parabola dei lavoratori della vigna (1645-1650) di Francesco Maffei, Museo di Castelvecchio a Verona.

 

Liturgia della Parola

XXV Tempo Ordinario

 

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I commenti quest’anno sono proposti da don Marco Giordano [Portoso], nostro confratello Cappellano Militare a Bologna. Don Marco, come potete vedere dal suo curriculum, ha le qualifiche bibliche e teologiche e spirituali per accompagnarci in questo nostro cammino. Qui sotto ti rimando all’articolo completo che lo presenta, inoltre potete trovare alcune sue pubblicazioni sul sito del portale Academia.edu e sul circuito di Amazon (in particolare “I Salmi. Il Salterio e la Liturgia delle Ore” vol.1 e vol.2). Un grazie sentito dalla redazione di “Una Voce” per la sua collaborazione.

 

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. (Mt 20, 14-15)

 

Meditando la PAROLA con don Marco Giordano“Ancora una volta il Signore racconta ai suoi discepoli una parabola. Quelli parabolici sono discorsi che hanno una grande efficacia. Oltre a rendere chiaro e speriamo inequivocabile quello che Gesù vuole insegnarci, devono provocare in noi una reazione che ci spinge a schierarci a favore o contro certi protagonisti del racconto ascoltato. Nella parabola di questa venticinquesima domenica del tempo ordinario troviamo l’episodio degli operai dell’ultima ora che ricevono lo stesso salario dei loro colleghi che hanno faticato e sudato fin dalle prime ore del giorno. Non è superfluo sottolineare come l’oggetto della parabola, il motivo per cui viene raccontata, è il regno dei cieli. La nostra attenzione invece, non a torto, tende a concentrarsi sulla figura del padrone della vigna vedendo in lui le caratteristiche di Dio. Percorriamo allora questa traccia mettendo in luce alcune peculiarità di questo particolare soggetto. La parabola ci vuole fare evitare l’errore di ritenere Dio un padrone. È questo che sbagliano coloro che pretendono un salario maggiore. Dio più che un padrone è un Padre, che nella sua generosità dà ad ogni uomo di più di quello che meriterebbe. Il padrone, come un freddo calcolatore, invece dà a seconda del lavoro che uno ha effettivamente compiuto. Accettare che Dio sia Padre ha dei risvolti senz’altro positivi, ma anche impegnativi. Ed un primo dovere che emerge da questo racconto di Gesù è quello di eliminare in noi ogni sentimento di gelosia o di invidia. Dobbiamo in pratica vivere da figli, avere con Dio questo rapporto libero e ricolmo di gratitudine per la possibilità che ci dona di lavorare nella sua vigna. Già questo deve riempirci di gioia e soddisfazione: il poter mettere a servizio del regno dei cieli le nostre energie, senza per questo avanzare pretese”.

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