Una vecchia intervista
Vi ripropongo alcuni stralci di una vecchia intervista (2002) del mensile “30 Giorni” per riascoltare il senso del nostro servizio, nelle parole dell’Ordinario Militare di allora Mons. G. Mani, in questo anno in cui la Chiesa Ordinariato Militare celebra i 100 anni dalla sua fondazione.
“Come si configurerà il servizio pastorale dell’Ordinariato con il cambiamento in atto da un esercito fondato sulla leva obbligatoria a un esercito di volontari? Tutti i cambiamenti in atto nelle Forze armate influiscono anche nelle scelte dell’Ordinariato militare. È per questo che fra il 1996 e il 1999 si è svolto il primo sinodo di questa nostra Chiesa. Con la fine della leva obbligatoria, i militari diventano più stabili e qualificati, e anche l’Ordinariato, che assomigliava a un grande e variegato oratorio fatto di decine di migliaia di giovani, acquista ora una diversa configurazione. Con l’avvio dell’esercito europeo il militare si muoverà per tutta l’Europa e avrà continui contatti con colleghi di altre confessioni religiose. I cappellani, poi, condivideranno spazi e tempi con ministri di altri culti e, dall’altra parte, dovranno essere disponibili ai fedeli di altre nazioni della loro stessa confessione. In una parola, le Forze armate saranno le prime a sperimentare in modo vitale l’Unione europea e l’Ordinariato sarà chiamato a creare comunione …
Cambia anche la preparazione dei cappellani? Ovviamente per questo servizio ci vogliono preti preparati ad hoc e così è nata la Scuola allievi cappellani militari, vero seminario maggiore dell’Ordinariato militare dove attualmente venticinque giovani provenienti dal mondo militare si stanno preparando per essere preti europei, in possesso delle lingue e con una preparazione teologica tale da poter non solo discutere di ecumenismo ma convivere con altre confessioni senza guerre di religione e senza sincretismi…
Quando fu nominato ordinario militare si confrontò, o magari si era confrontato già prima, con la polemica che a suo tempo il suo conterraneo don Milani aveva suscitato contro i cappellani militari? Come no! Aiutato dal fatto che essendo toscano posso capire di più la mentalità dell’uno e degli altri. Le cose andarono così: don Milani proponeva l’obiezione di coscienza (niente di straordinario, essendoci già in altri Paesi); ai cappellani militari in congedo riuniti a Rifredi nella casa di monsignor Facibeni, santo prete fiorentino dalla cui esperienza di cappellano militare della Prima guerra mondiale nacque l’opera della Madonnina del Grappa, parlare di coscienza per non essere militari sembrò un affronto e un’offesa alla memoria dei caduti. Quei cappellani avevano vissuto l’esperienza della guerra, vedendo cadere migliaia di giovani di cui avevano raccolto le spoglie. Ecco l’origine di tutto il problema che poi finì in tribunale. Capisco don Milani, il quale peraltro ci sguazzò dentro, ma capisco anche i vecchi cappellani. È una polemica che ormai appartiene alla storia.
Ma è proprio necessario che i cappellani siano militari? Mentre. Ordinariamente le diocesi sono caratterizzate dal territorio, la Chiesa ha scelto di fare per i militari una, l’unica, diocesi personale, nella quale si entra mettendosi le stellette e si esce togliendosele. La scelta è risultata intelligente perché quello militare è un vero mondo, caratterizzato dalla condizione di soldati, anche se li si vuole avvicinare sempre più al mondo civile. Per essere loro prete, per seguirli ovunque, in mare, all’estero, in missione di guerra e di pace è assolutamente necessario essere assimilati in pieno a loro…”. (cfr. 30giorni)
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